11:34 pm
14 Novembre 2019

L’errore delle diete ipocaloriche low-fat

L’errore delle diete ipocaloriche low-fat

Uno studio pubblicato nel 1997 ha dimostrato che gli Americani tra il 1980 e il 1990 avevano ridotto il loro apporto calorico del 4% e il loro consumo di grassi dell’11%; inoltre il consumo dei prodotti “light” è passato in quel decennio dal 19% al 76%.

Ciononostante il tasso di obesità in quel decennio è aumentato del 31%: lo studio è stato ribattezzato “The American Paradox.

Lo studio aveva dimostrato, che contrariamente a quanto sostenuto per secoli da tutti i nutrizionisti non vi è correlazione diretta tra eccesso calorico e obesità.

Sempre negli stessi anni si aggiunge un altro studio statistico significativo:

il Professor Luc Van Gaal, Ordinario di Medicina all’Università di Anversa, a testimonianza della scarsa efficacia delle diete ipocaloriche tradizionali, dimostra che solo il 5% delle persone che seguono un tale regime ipocalorico riesce a mantenere il peso raggiunto. Ridicolo risultato, se paragonato a quello raggiunto dai programmi di disintossicazione da fumo o da alcool (15-20%).

Quindi, oltre alla pietosa compliance del paziente sottoposto a regime alimentare forzato, si deve aggiungere la carenza solita di micronutrienti essenziali (vitamine, sali minerali, acidi grassi essenziali) che causano nervosismo, spossatezza, debolezza e calo delle difese immunitarie: il ridotto apporto proteico inoltre, oltre a non fornire le molecole giuste al funzionamento del sistema immunitario, causa un depauperamento della massa magra, che repentinamente, quando si riprende peso è sostituita dalla massa grassa.

E questo succede nell’altro 95% dei casi.

L’organismo, per istinto di sopravvivenza, diventa economo: meno calorie gli fornisci, più aumenta la sua resa energetica.

Ecco perché quando si ritorna a mangiare normalmente, l’organismo accumula il sovraccarico di energia sottoforma di grasso, perchè capisce che tutto ciò che eccede il contributo calorico a cui è abituato lo deve immagazzinare come riserva.

Le diete dimagranti portano, inoltre, a due effetti che rendono difficile l’ulteriore perdita di grasso corporeo: da un lato determinano un aumento dell’appetito, dall’altro abbassano sensibilmente il metabolismo basale, con le conseguenze controproducenti di cui sopra.

Quindi tanto vale, a questo punto, mangiare tutto ciò che vogliamo, e non pensare alle calorie. Ma purtroppo ciò non è sempre possibile. Se si hanno tradizionali alimentari, tramandate soprattutto, che basano il quotidiano sugli alimenti giusti si è fortunati: basti pensare alla “vera” dieta mediterranea, quella di Anciel Keys, per intenderci, seguita di generazione in generazione, che offre un potenziale enorme: bassissimo rischio cardiovascolare, benessere fisico e longevità.

Ma ciò non succede ai finlandesi,  ad esempio, che mangiano la metà dei latticini rispetto ai francesi, ma hanno un tasso di mortalità cardiovascolare 2,5 volte più alto.

Alla luce delle scoperte attuali, in ambito di nutrizione, bisogna andare oltre il pensiero stereotipato delle calorie e non pensare che i grassi devono essere evitati in quanto ipercalorici: per primo,i grassi non sono tutti uguali; poi, sorprendentemente per il pensiero comune, essi possono essere usati (omega-3 e omega-9) proprio per il controllo insulinico e quindi per facilitare il dimagrimento!

Le diete ipocaloriche low-fat causano massivamente problemi: ricordiamo che la compliance per la classica dieta ipocalorica si attesta intorno al 5%: praticamente quasi nessuno la riesce a continuare.  Il problema della fame diventa così frustrazione e privazione, da causare fenomeni soprattutto psicosomatici che inducono a lasciar perdere e trovare maggior gratificazione nel cibo sfogandosi su di esso e diffondendo, paradossalmente, in scala più ampia, la tendenza all’obesità.

Il problema della riduzione sensibile del metabolismo basale non è da sottovalutare perchè se vogliamo tener presente che l’alimentazione deve essere la nostra prima arma contro l’invecchiamento e le malattie, e deve essere formulata come il minimo contributo calorico che possa offrire il massimo rendimento energetico, allora c’è bisogno di fare una piccola revisione del piano nutrizionale.

Quindi, bisogna sostanzialmente seguire due binari:

l’uno deve portarci a non guardare alle calorie come il principio cardine di un approccio nutrizionale che possa durare per tutta la vita, e magari guardando con più attenzione alla suddivisione dei macronutrienti (carboidrati, proteine, grassi) e studiando il miglior rapporto fra di essi;

l’altro deve comunque tener presente che, perchè l’alimentazione sia un’arma efficace contro le malattie e l’invecchiamento, essa deve offrire una restrizione calorica che apporti sia efficienza metabolica (non importa la quantità di cibo introdotto ma come questo viene convertito in ATP), sia nutrizione completa; quindi non deve assolutamente coincidere con malnutrizione, e portare a carenza di nutrienti, con il treno di sintomi correlato (stanchezza, debolezza, nervosismo, fame); inoltre, non deve portare all’abbassamento vorticoso del metabolismo basale.

Cosa che succede con le diete ipocaloriche low-fat, che includono miute porzioni di pasta, riso e patate.

Ma la cosa bella è che scegliendo come base alimenti a basso indice glicemico (non pasta, pane, riso, patate), ma verdura non amidacea, ci si rende conto, ma si sta facendo una dieta ipocalorica!

Cioè, stiamo parlando di sperare in un’alimentazione che offra sia restrizione calorica, quindi che sia una dieta ipocalorica quotidiana, e che non dia stanchezza, senso di fame, e senso di privazione; anzi ci dia nutrimento completo e che addirittura ci dia più energia (in termini di ATP) non facendoci abbassare il metabolismo basale sensibilmente, in modo da tollerare pure gli sgarri quando si va fuori a cena?

Sembrerebbe un’utopia.

E invece guardiamo com’è andato questo studio pubblicato dai ricercatori Ludwig e Pereira( 3 ), del Boston Children’s Hospital e dell’Università del Minnesota, che hanno monitorato due gruppi di pazienti: il primo ha adottato una dieta ipocalorica low-fat (la classica dieta ipocalorica per dimagrire, insomma), quindi 65% carboidrati, 17% proteine, 18% grassi;

il secondo gruppo ha invece adottato una dieta di pari calorie ma con suddivisione di macronutrienti diversa: 43% carboidrati, 27% proteine, 30% grassi.

 

diete ipocaloriche

Studio pubblicato dai ricercatori Ludwig e Pereira, del Boston Children’s Hospital e dell’Università del Minnesota

 

dieta ipocalorica

Studio pubblicato dai ricercatori Ludwig e Pereira, del Boston Children’s Hospital e dell’Università del Minnesota

 

Ebbene, lo studio ha dimostrato che il gruppo di controllo che ha osservato la dieta ipocalorica a basso indice glicemico, seguendo il rapporto 43:27:30 (carboidrati:proteine:grassi), a differenza dell’altro che ha seguito la dieta di pari calorie, a basso contenuto di grassi, e con rapporto 65:17:18, ha raggiunto questi risultati:

  • inferiore resistenza all’insulina dell’altro gruppo
  • più bassi trigliceridi ematici
  • inferiore proteina C reattiva
  • più basse pressione sistolica e diastolica
  • dimagrimento della massa grassa efficace senza attacchi di fame
  • minore diminuzione del metabolismo basale

Ancora una volta si è dimostrato, inoltre,  che le diete ipocaloriche low-fat non solo non creano compliance del paziente (per fame, nervosismo, spossatezza); causano drastico abbassamento del metabolismo basale, con la conseguenza di far aumentare le “entrate” e ridurre le “uscite”, e ingrassare più rapidamente di prima;  ma anche se formulate con ridotto apporto di grassi, non apportano nemmeno una riduzione dei lipidi ematici!

 

Studio pubblicato dai ricercatori Ludwig e Pereira, del Boston Children’s Hospital e dell’Università del Minnesota

 

metabolismo basale a confronto

studio pubblicato dai ricercatori Ludwig e Pereira, del Boston Children’s Hospital e dell’Università del Minnesota

In soldoni, significa che un approccio nutrizionale (Low-Glycemic Load Diet) così formulato può essere la base per una dieta antinfiammatoria. La cosa evidente e molto significativa è che si è dimostrato che le diete ipocaloriche se formulate in questo modo (40:30:30) e con un basso carico glicemico possono essere mantenute, (abbattendo il limite della pietosa compliance dei pazienti che quasi tutti abbandonano la dieta) poichè se da un lato proiettano alla salute chi la segue, (abbassando i trigliceridi ematici, riducendo la glicemia e l’emoglobina glicata, la proteina C reattiva, senza diminuire vistosamente il metabolismo basale); dall’altro lato, quello del paziente, non creano la fame e il nervosismo di altre a pari calorie, ma con rapporto di macronutrienti diversi (65:15:18).

Quindi, apriamo gli occhi alla conoscenza.

 

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Bibliografia

  1. The American Journal of Medicine 1997.
  2. http://www.montignac.com
  3. Divergent trends in obesity and fat intake patterns: the American paradox. Heini AF, Weinsier RL. Am J Med. 1997 Mar;102(3):259-64.

  4. Effect of a low-glycemic load diet on resting energy expenditure and heart disease risk during weight loss. Pereira M.A., Swain J., Goldfine A.B., Rifai N., Ludwig D.S. JAMA.
  5. Achieving weight-loss maintenance. James WP; STORM Group. Postgrad Med. 2001 Jun;109(6 Suppl):19-28.

  6. Leisure-time activity is an important determinant of long-term weight maintenance after weight loss in the Sibutramine Trial on Obesity Reduction and Maintenance (STORM trial). van Baak MA, van Mil E, Astrup AV, Finer N, Van Gaal LF, Hilsted J, Kopelman PG, Rössner S, James WP, Saris WH; STORM Study Group. Am J Clin Nutr. 2003 Aug;78(2):209-14.

  7. Induction of hypertriglyceridemia by a low-fat diet. Ginsberg H, Olefsky JM, Kimmerling G, Crapo P, Reaven GM.J Clin Endocrinol Metab. 1976 Apr;42(4):729-35.PMID:1262445

  8. Obesity, health issues, and cardiovascular disease. Van Gaal LF, Michiels JJ. Semin Vasc Med. 2005 Feb;5(1):1-2.

  9. Overweight, obesity, and outcomes: fat mass and beyond. Van Gaal LF, Maggioni AP. Lancet. 2014 Mar 15;383(9921):935-6.

     

 

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